A Latisana, cinema Odeon domenica 20 marzo ore 15.30, la “prima” del film Cristiada

con un cast da Oscar, che racconta la persecuzione dei cristiani in Messico nella prima metà del secolo scorso

LA TRAMA DEL FILM

Il film basandosi in fatti reali della guerra cristera, inizia  con i divieti del presidente Plutarco Calles. Una richiesta di un milione di firme presentata per protesta è rigettata dal governo: partono quindi una serie di intimidazioni, con fucilazioni di sacerdoti, messe interrotte dall’esercito e un crescendo di violenza che porta a molta gente semplice dei paesi a prendere le armi. Plutarco passa alla storia con il nomignolo, poco lusinghiero, di Nerone messicano. I cattolici si dividono: alcuni si uniscono ai cristeros, altri no, molti servono la causa con le armi.

Il film che racconta una guerra di tre anni, attraverso una serie di personaggi è ricco di effetti speciali. Ricorda che non sono mancate brutalità come quando un treno viene attaccato dai cristeros con 51 vittime bruciate vive. I ribelli ricevono l’aiuto di un generale, Enrique Gorostieta, si disciplinano e la rivolta prende corpo. Mettono in seria difficoltà il governo di Calles e l’esercito federale, ma non accettano la mediazione di Roma per mettere fine al conflitto.

Il film è ricco di dettagli importanti che mostrano la trasformazione interiore dei personaggi, a partire dal generale Gorostienta, che accetta il comando per lottare per la libertà della religione anche se ostile alla Chiesa, ma il susseguirsi dei fatti preparano la sua conversione, nella quale è determinante il ruolo del giovane José Sanchez Del Rio, uno dei principali personaggi, assassinato nel 1928 dopo essere stato torturato per non aver rinnegato la sua fede

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI

Nell’intervista del 13 febbraio 2016 il padre Armando Flores Navarro - rettore del Pontificio Collegio Messicano di Roma- evidenzia sul viaggio apostolico in Messico, in tanti cattolici messicani la memoria viva della ‘Cristiada’.

Il ‘trauma’ della Cristiada, cioè dell’insurrezione armata di decine di migliaia di cattolici contro il governo messicano laicista nella seconda metà degli Anni Venti, è o non è ancora del tutto superato. D’altronde la rivolta inizia nel 1926 e si conclude, anche se non definitivamente (strascichi della storia ancora gravano sul Messico moderno), nel 1929, con l’accordo tra Governo e Santa Sede, che voleva evitare ulteriori spargimenti di sangue.Inoltre, i cristeros, i ‘guerriglieri di Cristo’ che morivano gridando ‘Viva Cristo Rey!’ sono ancora presenti nei cuori di tanti messicani di oggi

Padre Armando Flores Navarro, vicepostulatore della causa del quattordicenne Josè Sanchez del Rio ricorda che ora è riconosciuto un miracolo e forse Josè sarà canonizzato nell’autunno di quest’anno. Chissà che papa Francesco non dia l’annuncio proprio nel corso del viaggio in Messico, magari quando incontrerà i giovani… La persecuzione è stata violenta e i cattolici hanno cercato di difendere in piazza la loro libertà religiosa. La religiosità popolare è l’anima del Messico. La popolazione ha in sé un forte senso religioso e mariano. La religiosità stimola le persone a uscire in strada, a mostrarsi pubblicamente durante le processioni, a testimoniare senza nessuna reticenza la loro condizione di credenti davanti all’intera comunità. Il popolo si esprime attraverso la religiosità popolare, che diventa anche un fatto culturale, un fatto sociale. Attraverso la religiosità popolare il cristianesimo si esprime in piazza. I cattolici dovrebbero uscire maggiormente per le strade, a testimoniare senza falsi pudori la bellezza del cristianesimo e i valori del Vangelo, lievito necessario per trasformare la società rendendola più giusta e più fraterna. I cristeros sono importanti per il Messico. Sono persone che si sono offerte per quello che credevano e grazie a loro, oggi, c’è libertà di religione in Messico.

Sarebbe bastato poco a José; sarebbe bastato che smettesse di gridare, di ripetere a gran voce «¡Viva Cristo Rey!», ma non lo fece. Andò invece avanti, ostinato. Fu allora che il comandante del plotone, per disprezzo, gli tirò una rivoltellata. José ebbe ancora la forza per tracciare una croce nella pozza del suo sangue che arrossava il terreno. In Cristiada si vede tutto piuttosto bene. Come san Tarcisio, José morì abbracciando Gesù con la grandezza della sua umana piccolezza. Morì dopo avere ricevuto la Comunione attraverso la zia Magdalena, non visto dai carcerieri. Aveva solo 14 anni.

LA LETTERA. Sul corpo gli ritrovarono questo biglietto: «Cara mamma, mi hanno catturato, stanotte sarò fucilato. Ti prometto che in Paradiso preparerò un buon posto per tutti voi. Firmato: Il tuo Josè, che muore in difesa della fede cattolica per amore di Cristo Re e della Madonna di Guadalupe».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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MA CHI È IL BEATO JOSÈ SÀNCHEZ DEL RIO?

José Luis Sánchez del Río era nato il 28 marzo 1913 a Villa de Sahuayo, nello Stato federato di Michoacán, e poi era andato a scuola a Guadalajara, nello Stato di Jalisco, due, cioè, delle zone più calde della ribellione. Tant’è che, allo scoppio della guerra, nel 1926, i suoi due fratelli maggiori, Macario e Miguel, si vollero unire subito ai cristeros. José voleva fare lo stesso, ma aveva solo 13 anni e gli fu impedito. Scalpitò, dunque; smaniò. E così, dai che ti dai, l’anno dopo riuscì a strappare al generale Ruben Guízar Morfin l’incarico di portastendardo. E di clarinettista... Mentre i più grandi difendevano l’onore della fede cattolica a prezzo della vita, a lui ne erano affidati i colori pubblici e il ritmo delle marce. Un compito unico, da vero “grande” nonostante la sua giovanissima età; un ruolo indispensabile.

I cristeros lo chiamavano “Tarcisius”, come il martire romano del secolo III che a 12 anni diede la vita per Cristo e che la Chiesa onora il 15 di agosto come patrono dei chierichetti. La sua storia è tutta contenuta in una breve epigrafe del grande Papa Damaso I (305?-384), santo pure lui, ma basta e avanza. Il piccolo Tarcisio portava un dì l’Eucarestia a dei cristiani imprigionati in ossequio delle persecuzioni scatenate dall’imperatore Lucio Domizio Aureliano (214-275). D’un tratto fu aggredito, forse da suoi coetanei. Il suo primo pensiero andò a Gesù sacramentato, e d’istinto si strinse l’ostia consacrata al petto. Gli aggressori, inviperiti dalla scoperta che Tarcisio era un infame cristiano, lo picchiarono selvaggiamente, cercando di strappargli l’ostia di mano. Ma niente; riprovarono e nulla ancora. Alla fine lo abbandonarono al legionario Quadrato, anch’egli cristiano, intervenuto in sua difesa. Ebbe solo il tempo di spirare. Qualcosa di sublime lega Tarcisio e José; tutti sapevano del resto che da quando aveva 10 anni José s’impegnava a portare in chiesa i ragazzi per le adorazioni eucaristiche.

Fu così che un giorno al piccolo messicano accadde di dover cedere il proprio cavallo al grande generale Guízar Morfin, disarcionato dai nemici; «la vostra vita è più utile della mia», gli disse. Era il 5 febbraio 1928, un giorno difficile per i cristeros. José permise la ritirata del generale, coprendone il ripiegamento a fucilate. Ma finì le munizioni e cadde prigioniero dei federali con diversi altri compagni. Deportato nella città che gli aveva dato i natali, il 7 febbraio fu rinchiuso in una chiesetta profanata: adibita a prigione per i rebeldes, e a stalla. Per José sarebbe però stato facile uscirne: bastava che versasse 5mila pesos o che si arruolasse tra i governativi. Non ci pensò due volte. Rifiutò, e convinse i genitori a fare altrettanto. Alla mamma scrisse: «Muoio contento perché sto morendo al fianco di Nostro Signore.». Lo torturarono: più che altro perché, per sfamarsi, aveva tirato il collo a dei galli richiusi assieme a lui nella chiesa-prigione. Nonostante le pressioni José non cedette e rifiutò ora dopo ora di abiurare. E giù allora ancora con altre torture, finché il 10 febbraio, di fronte dell’ennesimo rifiuto, i federali decisero di farla finita. Con crudele raffinatezza, però: del resto era solo un bambino… Dopo avergli scorticato la pelle da sotto i piedi e averli ricoperti di sale, lo costrinsero a raggiungere il cimitero scalzo; e lì, davanti alla fossa che sarebbe diventata sua, fu accoltellato. Per non fare rumore.